Il mio paese

«Gabriele.»
«Chevvuoi?»
«La sai una cosa?»
«Cosa?»
«Il mio paese è un paese dove puoi sognare e, a volte, questi sogni diventano veri.»
«Ma davvero?»
«Oh, si. Il mio paese è un paese dove la gente costruisce le sue cose, le sue case, lavora in pace e non pensa di notte a come fregare il prossimo.»
«Ma guarda un po’.»
«Si, si. E sai, il mio paese è un paese dove se tu vedi una donna che ti piace, le fai la corte e se va bene lei accetta di uscire la sera con te e se poi va ancora meglio finisce magari che te la sposi e ci fai pure dei figli. E’ un posto così, il mio paese, col cielo azzurro e la terra ocra, pieno di verde, di gente nei parchi e sulle spiagge, di contadini nei campi e nei boschi, di urla di bimbi e fili d’aquiloni…»
«Da non crederci.»
«Gabriele.»
«Eh?»
«Ma secondo te, un paese come il mio paese, dove potrebbe essere?»
«Se non lo sai tu.»
«Il mio paese deve esistere da qualche parte, no?»
«Cosa vuoi che ne sappia io, so solo che se ci troviamo in questa cella del cazzo è perché io ho fatto esplodere il cuore di quella buona donna di mia moglie con una lama da quindici, e tu hai smontato a pezzi e sotterrato in una porcilaia due troie che si erano permesse di chiederti i soldi per la loro prestazione.»
«Gabriele.»
«Chevvuoi?»
«Sai che ti dico?»
«Cosa?»
«Sei un materialista di merda.»

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