Con tanto ketchup

ketchup

«Tienilo fermo così, non farlo muovere. Mi raccomando.»

«Ho capito, ma mi sto sporcando tutto.»

«Chi cazzo se ne frega. La vuoi fare oppure no sta’ cosa?»
«Si, piantala, non cominciare a rompermi le palle. Dove stai andando adesso?»
«Tu tieni fermo quel coso, arrivo.»
Stephen uscì dalla stanza camminando sui cocci di piastrelle e mattoni e sparì sulla destra. Michael stette lì con il manico stretto tra le mani e il sudore che gli scendeva a rivoli dalla fronte. Dopo due lunghi infiniti minuti sentì di nuovo i passi di Stephen. Quando comparve con un salto in mezzo al varco tra le due stanze (a lui piacevano le entrate ad effetto) per poco Michael non cadde all’indietro dallo spavento.

«Ma vaffanculo che cazzo ti sei messo addosso?»Stephen dopo qualche posa da indossatore per far vedere come gli stava bene la tutina bianca con i guanti arancioni da cucina, si tirò sulla fronte la maschera antigas e disse: «Non ti piace? La tuta è perfetta, la maschera magari è un po’ esagerata ma non ho trovato di meglio. Vai di là, nella mia borsa c’è qualcosa anche per te.»
Stephen lo sostituì nella presa al manico e Michael, sbattendo le mani paonazze per far tornare la circolazione, si alzò tenendo lo sguardo fisso sulla loro preda.
«Si è mosso prima, mi sa che si sta svegliando.»
«Ma sei scemo? Con tutto quello che gli abbiamo ficcato in gola e con questo coso in bocca dove vuoi che vada. È già bello che partito. Comunque, guarda, se ti fa sentire più tranquillo.»
Stephen sfilò il coltello da sub dalla bocca del negro che stava lì sdraiato davanti a loro e glielo ficcò dentro a ripetizione due o tre volte. Il corpo non si mosse di un millimetro.
«Contento?»
«Mum» mugugnò poco convinto Michael.
«Ora per cortesia, vai a cambiarti che non voglio fare notte.»
Qualche istante dopo, Michael tornò con addosso una tuta blu da benzinaio, guanti gialli e una maschera di gomma da maiale tra le mani. Stephen appena lo vide, scoppiò a ridere.
«Mettila in faccia, ti supplico Michael, fallo per me.»
«Ti pare divertente?» Sbuffò ma la indossò. Un maiale antropomorfo e obeso in tenuta da lavoro.
«Sei fantastico. Kunta Kinte, guardalo anche tu» afferrò con le due mani la testa con il coltello conficcato dentro e la girò verso Michael. «Non è un bellissimo maiale, eh? Diglielo anche tu, Kunta, non è un bijou?»
«Sei uno stronzo, Stephen.»
Così conciati i due si misero all’opera. Michael passava gli attrezzi eseguendo gli ordini di Stephen con la faccia schifata e il vomito che gli saliva e scendeva dalla gola. Stephen da dietro la maschera verde imprecava e approvava a seconda di come procedeva l’operazione.
Dopo venti minuti si concessero un attimo di pausa.
«Sta procedendo abbastanza bene, no?» chiese Stephen.
«Come no, è uno schifo colossale: mi viene da vomitare, con questa tuta del cazzo sono zuppo di sangue fuori e di sudore dentro. Quando cazzo abbiamo finito?»
«Non dovrebbe mancare molto, solo che adesso c’è la parte più difficile, dobbiamo fare attenzione a non rovinarla. La testa è la più delicata. Ti ricordi le altre due volte? Non voglio mandare tutto a puttane anche adesso.»
Immagine 1«Questo è poco ma sicuro, io una merda del genere non la voglio più fare, neanche per tutto l’oro del mondo.»
«Esagerato. Ti fanno così schifo i soldi del vecchio?»
«No, ma quel tipo mi fa paura. Chi ti dice che un giorno o l’altro non si sveglia e decide di mettere anche noi due nella sua collezione?»
«Ma piantala, sei un fifone di merda. Adesso fai un bel respirone e rimettiti la tua bella mascherina che dobbiamo finire.»
Il silenzio tornò da sottofondo ai colpi di martello sul punteruolo da falegname col quale Stephen stava staccando la pelle dai muscoli, alternandolo con il coltello da sub e un grosso trinciapolli.
La testa era la parte più difficile. Doveva fare piano. Non dare strattoni, non bucare la faccia. Nei film la fanno facile: quando spellano qualcuno viene via come una buccia di banana. Col cazzo. Se lo fai veramente e senza gli attrezzi giusti è duro, sporco e si rompe tutto e finisce in un merda di poltiglia di sangue e carne. Soprattutto se con il punteruolo scheggi le ossa sotto, allora è davvero un disastro.
Era il loro primo lavoro per il vecchio, dovevano farlo bene. Non potevano sbagliare. Erano in prova. Il vecchio voleva la pelle, solo quella. Intera e intonsa, senza nemmeno un graffio, aveva ripetuto. Di una certa taglia, oltretutto. Se non erano così non le avrebbe accettate, non gliele avrebbe pagate. Lui doveva indossarle, le pelli che Stephen e Michael gli avrebbero procurato d’ora in poi, se avrebbero lavorato bene. Lui, di pelli, ne aveva un’intera collezione, un guardaroba pieno. Ora, però, gli serviva un altro negro.
Nel silenzio del casale diroccato, un urlo animale esplose dal nulla.
«Porca puttana, porca troia, porca di quella puttana troia! Lo sapevo. Lo sapevo.»
Stephen si alzò di scatto lanciando rabbioso gli arnesi che aveva in mano. Con la maschera ancora addosso, si avventò sul cadavere mezzo spellato, gli sfilò il coltello dalla bocca e cominciò a conficcarglielo nel petto e nel ventre. Fuori e dentro, dentro e fuori. Ora non gli interessava rompere tutto. Si muoveva furioso, in preda ad una crisi di nervi. Pelle, sangue e ossa schizzarono dappertutto. Michael si era buttato di lato, aveva capito cos’era successo e sapeva fin troppo bene come avrebbe reagito il suo amico.
Quando gli parve che la furia si fosse un poco placata, si alzò e da dietro cercò di tirare in piedi Stephen che oramai aveva la tuta zuppa di sangue.
«Stephen, senti, non fare così, la prossima andrà meglio. Ora abbiamo capito come fare, non sbaglieremo più.»
«Stavolta ce l’avevo quasi fatta, quasi. Mi mancava la parte dietro l’orecchio. Possibile, cazzo, che sia così sfigato? Un attimo, solo un attimo e quell’aggeggio di merda mi è scivolato e ha bucato i capelli.»
«Ho capito, adesso calmati. Non sbaglierai la prossima volta. Ci prenderemo più tempo, faremo con calma e vedrai che andrà tutto bene.»
«Si, Michael, sarà così. Lo sai, quanto odio sbagliare.»
«Lo so, non ti preoccupare. Non sbaglierai più. Però, adesso calmati, mettiti lì tranquillo, seduto, che sistemo tutto io e poi andiamo a farci una bella birra.»
«Si, Michael, mi metto lì e mi passa tutto, poi una birra. D’accordo?»
Lo sguardo di Stephen ricadde, tuttavia, ancora sul cadavere e per un attimo la rabbia gli rimontò. Caricò il piede destro e gli sferrò un calcio che fece rotolare l’ammasso sanguinolento che era stato un uomo di lato con un tonfo sordo e umido.
«Bastardo negro di merda, non sei servito a un cazzo.»
«Si, Stephen, è un negro di merda e non è servito a niente. Adesso però mettiti lì tranquillo e non ci pensare più.»
«Si, Michael, grazie. Se non ci fossi tu non saprei come fare.»
«Non ti preoccupare, penso io a tutto, adesso, tu rilassati.»
«Si, e poi andiamo a prendere una birra al Black Eagle, va bene Michael?»
«Si, Stephen, al Black Eagle.»
«Anche un bell’hamburger, però.»
«Si, anche quello, Stephen.»
«Con tanto ketchup, Michael.»
«Si, anche quello.»
«Senza cipolle, però.»
«Come sempre, Stephen, senza cipolle e con tanto ketchup. Ora riposa, però.»

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