All’ombra dei giganti – 2

Cari amici, ben ritrovati. Per chi fosse al primo giro di giostra con questa allegra compagnia, sappiate che siamo una banda di manigoldi esperta nel furto con destrezza di gemme letterarie d’autore. La nostra specialità sono le dimore dei grandi della narrativa del brivido.

Ci eravamo lasciati con le meraviglie raccolte nella dimora del Maestro del Brivido, Stephen King. Per questa seconda impresa, abbiamo scelto un obiettivo altrettanto ambizioso. Cercheremo di irrompere nelle stanze segrete del maestro dei maestri, anzi del maestro del sopracitato Re in persona.

Stiamo parlando di Sir Richard Matheson.

Classe 1926, Matheson, è noto soprattutto per aver scritto racconti e romanzi dai quali sono stati tratti adattamenti cinematografici e televisivi di notevole successo, tra i quali diversi episodi di Ai confini della realtà e i film Tre millimetri al giorno e Io sono leggenda.

Per questa nostra breve incursione, abbiamo scelto un pezzo dal titolo Prey (La preda), contenuto nella raccolta I migliori racconti, e pubblicato in Italia dall’editore Fanucci.

Senza perdere altro tempo in inutili chiacchiere, direi di muoverci. Armati come sempre della nostra piccola torcia a dinamo e del caro taccuino nero, ci addentriamo furtivi a caccia di oggetti preziosi. Dobbiamo essere sempre veloci, agili e spietati. Spiamo ovunque, strisciamo sotto letti e armadi, scostiamo quadri e specchiere, tastiamo i fondi dei cassetti. Come abbiamo imparato,osserviamo ogni cosa con estremo scrupolo, ascoltiamo, annusiamo, tocchiamo, assaporiamo ( questa volta vedrete quanto saranno utili i vostri sensi) senza tralasciare nulla.

Abbiamo preso tutto? Bene allora, infiliamo la refurtiva nelle sacche e fuori, corriamo lontano a goderci il meritato bottino.

Dunque, complimenti a tutti. Cosa abbiamo scoperto? Beh, prima di tutto, occorre dire che ci ha sorpreso l’aspetto spoglio della stanza che abbiamo visitato, all’interno dell’immensa dimora di Richard Matheson. A dir poco essenziale. Ridotta all’osso. La trama del racconto era talmente semplice da essere quasi imbarazzante. Una donna di nome Amelia torna a casa col regalo per il suo fidanzato, una bambola feticcio di legno. Fa due telefonate dopo le quali scopre che la bambola è scomparsa. La cerca senza successo finché questa salta fuori animata da furia assassina cercando di pugnalarla. Amelia tenta inutilmente di scappare finché, stremata, riesce a gettare la bambola nel forno e a darle fuoco.

Tutto qui. La domanda è: per quale motivo questo racconto è piaciuto tanto da essere inserito in una raccolta delle migliori opere dell’autore e da divenire nel 1975 un episodio della serie Trilogy of Terror?

La risposta dobbiamo cercarla tra la refurtiva che abbiamo qui davanti ai nostri occhi.

Reperto numero uno: semplicità e scorrevolezza del testo. La prima cosa che colpisce di Matheson è la qualità della scrittura. I suoi testi non sentono il peso degli anni. Questo racconto pubblicato nel 1969 pare scritto oggi. Lessico e sintassi sono freschi, scorrevoli, mai ricercati o astrusi. Tanto che è quasi impossibile capire in che periodo storico si svolga la vicenda. Solo un dettaglio fa presumere che non si tratti di contemporaneità: dal centralino telefonico una voce registrata avverte Amelia che sta tenendo la linea occupata.

Reperto numero due: la forza di una sola parola. Amelia sta svolgendo una semplice operazione, sta scartando un pacchetto dopo essere entrata in casa e aver compiuto innocui gesti di disarmante quotidianità. All’improvviso una similitudine ci lascia senza fiato: la scatola di legno sembra una bara. Bum! Non sapevamo cosa ci fosse all’interno del pacchetto, e ora sappiamo cosa poterci aspettare.

Reperto numero tre: la paura passa attraverso tutti i sensi. Le percezioni sensoriali di Amelia donano sapore e sostanza alla trama, fanno montare il patos da una sequenza all’altra. Sono i suoni, cominciando dallo sgocciolio in sottofondo dell’acqua nella vasca, ai rumori della bambola che si muove nell’ombra (come un topo), il suo raspare, grattare, saltellare, picchiare. Ma è anche lo sferragliare della lama infilata sotto le porte e nelle serrature. Lo scattare dei fermagli della valigia. E quindi, verso la fine, le grida disumane della bambola che rimbombano nella testa di Amelia. Ma sono anche le visioni della donna, i movimenti del feticcio che scatta come un proiettile, che pare una macchia indistinta, un ragno all’attacco, che salta, si precipita su di lei, si dimena, scalcia. Sono le percezioni corporali di Amelia, il dolore delle ferite delle quali si riempe, i tagli che le fa la bambola o che si procura da sola cadendo, inciampando, urtando ovunque. E in ultimo, il calore del proprio sangue e, durante la scena conclusiva, il fetore del legno bruciato che riempe la casa.

Reperto numero quattro: l’immateriale si fa carne. Il finale è fenomenale. La donna convinta di aver distrutto la bambola, apre il forno. “Qualcosa di buio e opprimente l’attraversò tutta e udì ancora quell’urlo nella sua testa, mentre la vampa del forno la investiva e la impregnava”. Lo spirito del feticcio si fa calore che avvolge il corpo di Amelia, se ne impossessa, e la trasforma in Colui Che Uccide, pronta a compiere la danza di caccia per assalire la sua prossima preda: la propria madre. Non male, vero?

Reperto numero cinque: rendere credibile l’impossibile. Con una trama del genere sarebbe semplice cadere nel banale o nel ridicolo. Matheson non lo fa mai. È questo uno dei suoi più preziosi segreti. Quell’improbabile assassino di legno alto venti centimetri fa davvero paura. Non ci fermiamo neppure un istante a chiederci come sia possibile e se tutto non sia frutto solo della fantasia di Amelia, magari una semplice allucinazione. Tanto che alla fine del racconto tiriamo un sospiro di sollievo e ci guardiamo intorno per scongiurare che il feticcio non sia saltato fuori dal libro per ricominciare la sua battuta di caccia.

Insomma, anche questa volta direi che siamo stati piuttosto bravi. Ma, tranquilli, si può sempre migliorare. La nostra fame di tesori e meraviglie letterarie non sarà mai sazia. Altri, altrettanto preziosi forzieri attendono di essere depredati da abili geni del furto quali i sottoscritti. E dunque, non poltriamo miei prodi, all’erta stiamo, vigili.

Sempre vostro, S.G.

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